martedì, Novembre 12Settimanale a cura di Valeria Sorli

L’uomo del Labirinto

Va subito detto che ci sono in questo film più uomini che potrebbero essere «L’Uomo del Labirinto»: alcuni ci mettono la faccia, altri sono mascherati, altri ancora non appaiono. Anche le donne coinvolte nella vicenda – bambine, ragazze, giovani o meno giovani – vivono o possonovivere (e morirebbero o potrebbero morire) in questo Labirinto. È costruito con muri scuri e porte chiuse, ma si ritrova anche in un cubo – fatto a scanalature – in cui si muove una pallina, o ancora nell’immaginario dedalo, che si va costruendo, tra le diverse ipotesi che ispirano i protagonisti epure nella mente degli spettatori, che possono diventare complici volontari o involontari della storia narrata.


Soggetto, sceneggiatura e regia di Donato Carrisi. Protagonisti d’eccezione (e anche produttori
esecutivi) sono Toni Servillo e Dustin Hoffman. Nel cast: Valentina Bellè, Vinicio Marchioni,
Caterina Shulha, Orlando Cinque, Filippo Dini e con Sergio Grossini, Carla Cassola, Luis Gnecco,
Stefano Rossi Giordani, Riccardo Von Hoenning Cicogna, Marta Richeldi, Diego Facciotti.
«Samantha Andretti viene rapita. Dopo quindici anni ritroviamo una ragazza sotto shock, ma viva.
Accanto al letto ospedaliero il “profiler” dottor Green sembra voglia aiutarla a ricordare. C’è un
labirinto – come da titolo del film e del romanzo da cui è tratto – nel quale la donna veniva
sottoposta a giochi, indovinelli e rompicapi da risolvere, che proponevano premi o punizioni. E c’è
un investigatore privato, Bruno Genko, che collabora e gareggia con le unità di polizia per cercare
di risolvere il caso…»
E va aggiunto che bisogna stare con gli occhi ben aperti per scrutare e comprendere ogni momento
della vicenda e ogni angolo delle location (nebbiose e paludose) scelte dall’autore. Attivo come
scrittore teatrale, sceneggiatore di fiction e di serie televisive e per il cinema, nonché giornalista
(per il Corriere della Sera), Carrisi è nato 46 anni fa a Martina Franca e qui ha vissuto gli studi al
liceo classico e poi si è laureato in giurisprudenza e specializzato in criminologia.
Aggiunge (al suo libro di 400 pagine) solo poche parole: «Sono partito da una mia paura: quella del
labirinto. Ma ho anche recuperato il mio atavico terrore del buio, e vi ho inserito delle porte. Dietro
ogni porta c’è una paura diversa. Sin dai tempi di Agatha Christie, l’autore di un thriller ingaggia
una sfida con il lettore: sarà in grado di celare fino all’ultima pagina il colpo di scena che risolve il
mistero? Egli, però, dovrà fornire al lettore tutti gli elementi per giungere da solo alla soluzione,
anche prima del tempo. Potrà usare inganni o sotterfugi, ma la verità dovrà essere sempre davanti
agli occhi di chi legge, opportunamente occultata, si intende. Il mio scopo è sempre stato scrivere
romanzi che sembrano dei film e i fare dei film che assomigliano a un romanzo…»
Nelle note di regia si legge qualcosa in più in relazione al film: «Sono presenti molti richiami
all’opera dantesca. C’è il Limbo, il nome dell’ufficio persone scomparse, sospese fra la vita e la
morte: non hanno diritto al paradiso e nemmeno all’inferno. C’è il girone dei Lussuriosi con una
prostituta, l’unico affetto di Bruno Genko. Cerbero è la vecchia custode di una casa-famiglia
abbandonata, nel cui sotterraneo si nasconde un terribile segreto. C’è una palude, lo Stige, e uno
strano locale, in cui Genko si addentra fra iracondi e accidiosi, per incontrare un giovane che porta
su di sé i segni del fuoco, sotto forma di cicatrici: un novello Flegias. La casa di Genko è il girone
degli avari. Nel sesto cerchio (degli eretici) c’è un uomo con una benda su un occhio: un esperto di
fumetti, un adoratore di falsi idoli. C’è anche un Minotauro: la creatura zoomorfa però è un uomo
con la testa di coniglio e gli occhi rossi a forma di cuore, uscito dal settimo cerchio, quello dei
violenti: la tana di un sacrestano. Infine, l’ottavo cerchio è quello dei fraudolenti…»
Come si intuisce, Carrisi nei suoi libri cerca di evocare immagini nella mente del lettore, e i suoi
film non devono esaurirsi in ciò che è visibile sul grande schermo. Anche l’opera seconda del
regista pugliese è tratta da un suo libro, come lo era stato per «La Ragazza nella Nebbia» (entrambi
romanzi editi da Longanesi, tradotti e pubblicati in cinquanta Paesi esteri; in tutti e due i titoli –
prodotti da Colorado Film – protagonista è Toni Servillo; entrambi usciti nelle sale a ridosso del ponte di Ognissanti, a distanza di due anni). Va ricordato che, tra i 21 titoli che concorrevano alla
selezione per il candidato italiano all’Oscar per il miglior lungometraggio in lingua straniera era
stato proposto lo scorso anno anche «La Ragazza nella Nebbia», che aveva ottenuto il premio David
di Donatello per il miglior regista esordiente.
Peraltro «L’Uomo del Labirinto» (Italia 2019, 130′) smentisce – almeno per una volta – l’assunto
secondo cui in Italia solo le commedie riescano a far cifre elevate al box office. Questo thriller,
infatti, viene proiettato in quasi 500 sale e la Medusa ha incominciato la fase distributiva con incassi
(sia pure grazie a un “piazzamento” strategico) di quasi un milione di euro, già registrati nei primi
quattro giorni di programmazione, con il merito di riuscire a portare al cinema ben 135mila
spettatori in un week-end.
Girato negli studi di Cinecittà a Roma e in alcuni esterni, con la conferma, per il secondo film, di
tutto il cast tecnico, collaudato nell’opera prima. Musiche: Vito Lo Re; montaggio: Massimo
Quaglia; costumi: Patrizia Chericoni; scenografia: Tonino Zera; fotografia: Federico Masiero;
suono presa diretta: Gilberto Martinelli; casting: Valeria Miranda e i produttori: Maurizio Totti,
Alessandro Usai. Si aggiungono – inoltre – l’aiuto regista Luigi Spoletini, l’organizzatore generale
Antonio Tacchia, il produttore esecutivo Tonino Arcadu e il direttore di produzione Simone
Tacchia.

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