lunedì, Settembre 21Settimanale a cura di Valeria Sorli

Alviero Martini: «Quella volta che mia zia mi definì presuntuoso»

Diceva Addison, un famoso pubblicista inglese del ‘700, che l’ironia si ha, si fa o si è. Analizzando la profonda osservazione di Addison, si comprende bene che si può avere il senso dell’ironia, di saperla fare, o meglio di essere pura ironia. Potrei citare molteplici casi per chiarire chi è chi fa o chi ha, ma rischierei di escludere personaggi meritevoli a discapito di altri. Invece ne ho avuto modo di constatare, per via dell’amicizia che ci lega, che sono veramente ironia, parlo del Trio Marchesini –Lopez-Solenghi, con i quali ho condiviso, con Anna fino alla sua prematura dipartita, e con Tullio e Massimo, la loro vera essenza ironica. Ho trascorso molte serate con loro, e ho avuto il privilegio durante cenette a casa mia, di sentirli elaborare sketch, basati esclusivamente sul loro essere ironia pura, sofisticatissimi anche se comprensibilissimi da tutti, con risultati che la storia televisiva ha consacrato in modo corretto. Molti altri, da Zelig a Colorado, dai varietà degli anni 70 a Drive in, alcuni hanno dimostrato di essere ironia, altri di farla, altri di averla, ma nella maggior parte dei casi se si fa o si ha senso dell’ironia, e non si è ionia pura, il messaggio, la risata, passa ma cade nel dimenticatoio o spesso non ci fa neppure sorridere né pensare. Oggi poi dilaga una ironia demenziale, e sono pochissimi coloro che riescono ad intrattenere con la vera Ironia. 

L’ironia è una metafora per parlare di talento, quella qualità innata, che a volte necessita di essere coltivata, e che a differenza dell’ironia, o si ha o non si ha. Far finta di aver talento è un bluff che ha tempi brevissimi, essere o avere talento invece è una caratteristica che viene riconosciuta, ammirata, e che resta nel tuo imprinting per sempre. Può avere alti e bassi, performance migliori rispetto ad altre, ma ci si afferma comunque. Basti pensare a registi, attori, musicisti, cantanti, artisti, scienziati, medici, e mille alte categorie tra i quali gli stilisti. 

Lungi da me sottoporre alla vostra attenzione il mio ego, dunque esclusi i presenti, vorrei soprattutto rivolgermi a quei tantissimi giovani che si rivolgono a me, considerandomi uno “riuscito” nel suo progetto, a chiedermi quale è il segreto per raggiungere una certa posizione! Non esiste segreto, esiste solo essere coscienti di avere una predisposizione particolare, e su quella lavorarci. Lavorare significa studiare, analizzare, cercare, sperimentare, sbagliare, ricominciare, sempre con umiltà, determinazione, caparbietà, convinzione, visione, e crederci fino alla esasperazione, senza arrendersi mai. 

Avevo 8 anni quando una zia mi chiese, come si fa a tutti i bambini, «e tu, Alviero, cosa farai da grande?», da anni rispondevo che avrei pilotato aerei, guidato corriere, avrei fatto il taxista, insomma tutto il mio mondo era “Viaggiare”. Quel giorno a questa zia petulante decisi di depistarla dicendole «Non lo so, ma so che farò qualcosa che non ha mai fatto nessuno, qualcosa di unico!»… «Mhhh, come siamo presuntuosi!, e cosa sarebbe questo qualcosa di unico?»la mia risposta secca «Beh, se lo sapessi lo avrei già fatto, no?»… la zia mi apostrofò con un altro «presuntuoso», e se ne andò via, seccata. Io rimasi nel mio angolo a riflettere e scoprii che avevo preso un impegno con me stesso, senza minimamente sapere cosa avrei fatto, viaggi a parte. Bene, dagli 8 anni in poi ho fato di tutto, prima le scuole, poi mille mestieri, applicandomi ogni volta come se questa volta fosse “quel qualcosa di unico”, poi mi accorgevo che non lo era, bazzicavo tra tutte le arti, dalla grafica, alla moda, dal vetrinismo agli allestimenti, dal design all’art direction di cataloghi per arredo, tessiti, disegnavo foulard, mattonelle, piatti, recitavo e facevo i costumi, eppure quel qualcosa di unico mi sembrava sempre più lontano. Avevo ottimi motivi per desistere, avevo chiuso molte porte alle mie spalle e molte mi erano state chiuse, eppure, continuavo a pensare a quella risposta alla zia, data a 8 anni. E non mollavo… mi ero “allenato” come un atleta per le olimpiadi, in tutte le discipline artistiche, prima o poi qualcosa ne sarebbe venuto fuori.

Ancor prima degli 8 anni, a 5 per l’esattezza, vivevo nella casa in campagna dei miei genitori contadini, casale separata da una elegante siepe sempreverde, rigorosamente curata ogni settimana dal giardiniere del Conte Caisotti di Chiusano, che abitava la reggia adiacente al nostro modesto rudere, e dall’altra parte oltre alla sua favolosa dimora settecentesca, si estendevano tutti i terreni curati dai suoi contadini, che vivevano alla Basse di Chiusano, in modeste case, con stalle piene di animali, e porticati con tutti gli attrezzi per la lavorazione dei terreni, per lo più a grano e granturco. Mia madre, modesta contadina, ma generosa infermiera, si prendeva cura del sig. Conte e ogni giorno si recava per fargli una puntura. Un giorno su richiesta del Conte mi portò, mi voleva conoscere… intimorito più che mai salii gli scaloni in marmo dove campeggiava una lapide “In questa dimora riposò Sua Maestà il Re Vittorio Emanule I la notte del ….” mia madre me lo lesse e mi tremavano ancora di più le gambe, finché non si spalancarono la porta e il sig. Conte apparve sdraiato sul lettone a barca: Luigi XI, con tanto di mutandoni,  giacca da camera, berretto e pantofole bianche come la sua barba. Fatta la puntura – mentre io nascosto dietro il letto – mia madre si congedò e il sig. Conte le chiese di lasciare lì suo figlio, ovvero io, perché voleva conoscermi. Quel giorno era di buon umore, scese da letto e mi prese per mano, mostrandomi tutta la casa, molto diversa dalla nostra. «Vedi, questa è la sala da pranzo, questa la sala del biliardo, e questa la biblioteca». Io annuivo, come se per me fosse tutto normale e nella stanza dei libri ci sedemmo, mi chiese cosa avrei fatto da grande (a lui risposi che volevo viaggiare), lui prese un grande volume dallo scaffale, era un atlante, strappò una pagina e me la consegnò. Era la mappa dell’Africa, che io ignoravo per età cosa fosse… La arrotolai, lo ascoltai parlare dei suoi viaggi a Parigi, a Lyone, e spesso a Torino, lo ringraziai, salutai con bacetto sulla guancia e me ne tornai a casa con il mio  trofeo tra le mani. Era il più bel regalo che avessi mai ricevuto. Lo piegai e lo custodii per anni nel cassetto del mio comodino e quando cominciai le scuole, lo portavo ogni giorno nella mia cartella, finché un giorno d’inverno, sotto una tempesta di neve, la mamma mi accompagnò a scuola in bicicletta, e passando sopra un ponte scivolammo, cadendo rovinosamente nell’acqua gelata del torrente, che si portò via la cartella ma soprattutto il mio trofeo, la mia Africa. Piansi a dirotto, me ne feci una ragione, a 8 anni risposi alla zia pensando alla carta geografica, e ben 30 anni dopo, incontrai a Mosca una carta geografica che acquistai e che dette il via a qual qualcosa di unico, che mi cambiò la vita!

30 anni di ricerche, 30 anni di sperimentazioni, e infine un risultato. Dunque, non desistete mai! Il talento ha tante forme, e se è radicato in noi, l’Universo ce lo rende a tempo debito.

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