sabato, Settembre 26Settimanale a cura di Valeria Sorli

Alviero Martini e il linguaggio delle emoticons

Ma è mai possibile che non riusciamo più a dirci “ti voglio bene” con sincerità,  senza doverlo abbreviare con un TVB impersonale e privo di quell’enfasi  che la frase intera contiene? Per non parlare poi di tutte quelle abbreviazioni che sottraendo le vocali ci danno frasi tipo a dp, ok + trd, slt, etc. etc…. ? Cosa pensiamo? Che semplicemente troviamo più tempo per dedicarlo a cosa? A moltiplicare altri contatti dello stesso tipo, con gli occhi fissi su una tastierino del nostro dispositivo cellulare, senza mai guardare negli occhi, o comunicare con una frase corretta, con un virgolettato, una  punteggiatura,  insomma in italiano, recuperare quel dialogo che se una volta era scritto a mano con lettera e tempo di attesa di risposta, oggi grazie alla tecnologia abbiamo in tempo reale la risposta, benissimo, ma che sia decente, che sia rispettosa della nostra bellissima lingua, e che seppur velocemente comunichi il nostro sentimento, NON la sintesi sgrammaticata contenuta nel 99% dei messaggi. 

Indubbiamente l’avvento dell’era tecnologica ha spostato molto in avanti, in un futuro ancora non del tutto conosciuto, la velocità della comunicazione, favorendo straordinarie situazioni, se solo si pensa all’emergenza, all’immediato soccorso, al risparmio ecologico di materie prime come carta, inquinanti inchiostri, che se usato nella maniera appropriata, raggiungiamo in ogni parte del mondo il nostro amore, i nostri famigliari o amici, e sappiamo in tempo reale come stanno, dove si trovano e dunque tutto è estremamente positivo. 

Ma il rovescio della medaglia è l’uso improprio di questo oggetto, pericolosissimo, una bomba tra le nostre mani capaci di consegnare al mondo intero una nostra fotografia che non avremmo mai voluto fosse vista, un nostro pensiero che dopo minuto che lo abbiamo messo in rete ci sorge il dubbio che era solo la rabbia a spingerci a tanto, per arrivare poi a furti di identità, a colossali bugie, a false notizie, a dati regalati ai potenti della terra pronti a pilotarci nelle nostre scelte, interferendo nella sfera privata ignorando le più basiche logiche della vita privata di ognuno di noi. 

Ammetto,  io stesso ne faccio uso (e abuso), ma mi sono da sempre posto dei limiti, anche se poi questi limiti sono stati ampiamente abusati da sciacalli del web, da incompetenti blogger (categoria che non nasce da una scuola, da una cultura, ma esclusivamente dalla sfacciataggine dell’immagine  postata, che più like raggiunge, ovvero più e impattante, a discapito di qualunque buon gusto) dà l’autorità a migliaia di persone di chiamarsi influencer, di indurci a comprare quell’oggetto che non è più una nostra scelta, ma una imitazione del volto di turno che ti “garantisce” che è “cool”, non puoi non averlo. “Ha avuto cosi tanti cuoricini che deve essere figo!” ho sentito giorni fa per strada tra due signore, neanche teenagers!  Persino conduttrici televisive supplicano il pubblico da casa ad inviare più cuoricini possibili per sostenere i loro concorrenti. 

Ma dove è finita la nostra personalità, la nostra cultura della qualità desiderata, della conoscenza del prodotto acquistato e della sua sostenibilità a tutti i livelli, qualificativi, etici, ambientali etc. 

Una giungla che tolleriamo, ma che in realtà meriterebbe una vera e propria rivoluzione con tanto di barricate e sbarramenti, di codici etici, di cancellazioni di migliaia di inutili profili, di applicazioni del tutto ininfluenti, e soprattutto tutto questo a discapito di una ampia fascia di professionisti, come i giornalisti di qualunque settore, che dopo anni di studio, appartenenza  ad un albo, con conseguenti radiazione in caso  di errori:  NO, arriva l’esercito dei nulla sapienti, di incolti personaggi che non sanno distinguere la lana dal vetro, non conoscono i confini tra l’umano e l’irreale, e predicano a suon di volgari sollecitazioni la richiesta di appartenenza al suo clan, supplicando un maledetto cuoricino che li fa salire in classifica e una volta in cattedra, sputano sentenze ignobili, offensive per tutta una cultura storica della nostra lingua, dei nostri prodotti, della nostra filiera che abbiamo tanto difeso per anni, consegnando poi a paesi lontani e con un profilo culturale che scavalca i diritti umani, la capacità di sbatterti in faccia, di farti indossare un capo nocivo alla tua pelle, peggio ancora una crema con conseguente danno irreparabile. 

Per carità, non facciamo di tutya un’erba un fascio, lodo i professionisti del settore, solo quelli eticamente corretti, ma davvero armiamoci e fermiamo questo dilagare di opinionisti dilettanti allo sbaraglio, senza cultura e professione, se non una marea di “approvazioni” alle loro squallide proposte fotografiche o video. 

Io stesso ne faccio uso, sono sui social per la mia professione, posto regolarmente immagini che vengono ampiamente condivise, ma dall’alto della mia esperienza di vita, del mio rispetto per gli altri utenti, con la massima attenzione ad una etica non ingannevole, e soprattutto con gusto e morigeratezza.  Questo non esclude che io stesso sia vittima di falsi profili, di scatti postati da altri senza autorizzazione, di notizie false e tendenziose. 

Ma ciò che mi fa veramente orrore è che per manifestare uno stato d’animo, addirittura chiamate emozioni, ormai incapaci di esprimerci, ci affidiamo alle emoticons, che in maniera sempre maggiore affollano il nostro smart,  che a parer mio tanto “smart” non sono, se non idioti venditori di  immaginette che sostituirebbero le nostre conversazioni. Vengono utilizzate prevalentemente su Internet e negli SMS, per aggiungere componenti extra-verbali alla comunicazione scritta. In effetti, per antonomasia esse spesso hanno un connotato esclusivamente informatico. Quando l’emoticon è rappresentata attraverso un insieme di segni primitivi o estremamente stilizzati (come nel caso dei caratteri testuali), si fa uso in un certo senso del fenomeno della pareidolia.

Il lemma «emoticon» è una parola macedonia dei termini inglesi «emotion» e «icon» (in italiano, «emozione» e «icona»), proprio per indicare una piccola immagine che esprime emozioni.

Ma volgiamo parlarci guardandoci negli occhi, stringerci le mani, abbracciarci e parlare con la nostra voce per raccontare le nostre emozioni, o vogliamo pigramente consegnare il nostro cervello ad abili manipolatori della nostra psiche, credendo che questo sia modernità? Sì, al progresso tecnologico, sempre, no alla perdita dei valori umani! Qualcun mi risponde “ma è un gioco”. NO, il più grande gioco istruttivo è una sana conversazione!

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