venerdì, Febbraio 23Settimanale a cura di Valeria Sorli

Settembre, andiamo, è tempo di migrare

A cura di Katiuscia De Leonibus

Psicologa clinica ad indirizzo sistemico relazionale

 

 

 

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare scriveva Gabriele D’Annunzio nella sua nota e bellissima poesia I Pastori, una frase molto significativa che grazie all’utilizzo di verbi di movimento incita al fare tipico dell’inizio di questo mese.

Settembre arriva di soppiatto, dopo un’estate calda e intensa, e porta con sé la promessa di un nuovo inizio ma anche la nostalgia per l’estate che sta finendo.

 

In tanti vivono questo periodo come fosse la partenza di un nuovo anno che imporrebbe di fare una lista di nuovi propositi e progetti.

Durante l’estate le attività rallentano, ci si adatta a nuovi ritmi e routine e si lascia spazio alla riflessione e alla creatività.

Al rientro a casa  è bene far tesoro dei benefici ottenuti  senza troppo ipotecare il futuro con promesse e propositi che difficilmente verrebbero portati a termine; è invece utile riprendere i propri impegni senza stravolgere le nuove abitudini che risultano compatibili con i ritmi cittadini e quotidiani  e che  hanno tanto giovato al nostro umore e al nostro benessere durante le ferie.

 

Ma settembre è anche il mese in cui riaprono le scuole (anche se è bene sottolineare che le scuole pubbliche non chiudono mai e sono sempre a disposizione dei cittadini, anche ad agosto) e riprendono le attività didattiche, ogni regione ha un proprio calendario ma indicativamente, entro la fine di settimana prossima, tutti gli studenti italiani saranno tornati in aula.

Per loro questo è uno dei momenti più delicati dell’anno in quanto carico di aspettative ma anche di timori, soprattutto per chi cambierà ordine scolastico  e si troverà ad affrontare un nuovo istituto, nuove materie ma anche nuovi docenti e compagni.

E poi c’è la questione spinosa dei compiti che dovrebbero essere svolti nella pausa estiva per non cancellare, con un colpo di spugna, tutte le nozioni apprese. A tal fine  i ragazzi dovrebbero riuscire a cadenzare il loro svolgimento con l’obiettivo di  mantenere vive le competenze acquisite; ma è frequente  che gli stessi considerino gli esercizi soltanto come una limitazione al loro sacrosanto desiderio di svago  e si riducano all’ultimo minuto, comprimendoli in un esercizio solo compilativo.

 

In questo contesto e nell’urgenza delle imminenti scadenze c’è il rischio che il ruolo dei genitori  venga stravolto finendo per  sostituirsi ai loro figli nello svolgimento  dei compiti, invece di sostenerli e motivarli  rendendoli responsabili e sufficientemente  autonomi.

 

La soluzione ottimale sarebbe sensibilizzare i docenti sull’importanza di calibrare il carico dei lavori assegnati in modo da rendere utile e piacevole il loro svolgimento; è importante sviluppare negli studenti la capacità di apprendere ad apprendere.

 

Gli insegnanti sono le figure che segneranno il loro percorso di istruzione  e le emozioni ad esso collegate. Le emozioni positive  infatti sono il nutrimento dell’apprendimento, esse infatti accompagnano i ragazzi sui libri di scuola, nelle aule scolastiche e li spingono a orientarsi verso discipline a loro affini: le emozioni si legano indelebilmente alle materie studiate e affiorano alla nostra memoria ad ogni occasione. Apprende meglio chi si emoziona positivamente, dunque punizioni e mortificazioni non sono funzionali né utili e devono essere lasciati fuori dall’aula.

 

I docenti diventano determinanti nello sviluppo della visione di sé come studenti  ma anche come individui e cittadini; possono essere  definiti facilitatori dell’apprendimento in quanto la qualità della relazione  instaurata con gli allievi può proteggere questi ultimi dallo sviluppare difficoltà didattiche e relazionali; appare evidente come il rapporto tra gli insegnanti e i loro alunni sia più importante dei contenuti e dei metodi di  insegnamento.

 

Quando i bambini di sei anni entrano per la prima volta in classe, si portano dietro emozioni e aspettative che derivano anche dai racconti dei loro familiari, e che si incontrano (e a volte scontrano) con l’idea di allievo ideale e di insegnamento maturate dai loro maestri.

L’ingresso a scuola segna una linea indelebile tra un prima e un dopo, il cucciolo d’uomo che sta crescendo imparerà a leggere, a scrivere e a far di conto ma soprattutto  ad affrontare nuove relazioni , la scuola è infatti il luogo della socializzazione.

 

Oggi agli insegnanti è richiesto non solo di essere preparati sulla loro materia ma anche di avere competenze disciplinari, organizzative, pedagogiche e psicologiche ma questo non  è comunque sufficiente perché gli studenti portano in aula, sempre più frequentemente,  problematiche complesse da  poter essere interpretate  e gestite in classe.

 

Un’altra frequente difficoltà che incontra l’istituzione scolastica è legata alla gestione delle reazione dei genitori  agli  insuccessi scolastici dei figli, questi  non solo non vengono facilmente accettati ma sono considerati come un fallimento anche delle proprie capacità genitoriali; ecco perché è necessario un lavoro di squadra tra docenti e famiglie supportato dallo psicologo scolastico il quale  ha il compito di  intercettare  i malesseri e le difficoltà e nel contempo mediare eventuali conflitti.

 

Ma tornando al primo giorno di scuola: cosa devono portare gli studenti in classe? L’entusiasmo e la curiosità! E i docenti? Amore per il proprio lavoro, determinazione e tanta pazienza! E i genitori? Piena fiducia e rispetto nei confronti degli insegnanti!

 

Buon anno scolastico a tutti!

 

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