venerdì, Aprile 26Settimanale a cura di Valeria Sorli

Cinema: Green book

Regia: Peter Farrelly

Anno: 2018

 

E’ stato il film che ha trionfato, forse un po’ inaspettatamente, alla 91esima premiazione degli Oscar, avvenuta a Los Angeles lo scorso 24 febbraio. Gli ingredienti per una bella storia, tra l’altro basata su fatti realmente accaduti, ci sono tutti.

Nell’America degli anni ’60 non è facile essere un uomo di colore, anche se si è un benestante ed acclamato pianista. Lo sa bene Don Shirley (Mahershala Ali), che è alla ricerca di un autista bianco che lo accompagni in auto in un tour che attraversa il profondo e pericoloso Sud degli Stati Uniti, dove sono ancora in vigore severe segregazioni razziali. Tony Vallelonga (Viggo Mortensen) è un italo-americano che lavora come buttafuori in un night club di New York ed è famoso nell’ambiente per la sua innata capacità di risolvere piccoli e grandi problemi. Proprio per questo, quando il night chiude e Tony ha bisogno di un nuovo lavoro, si presenta Don che lo assolda come autista per tre mesi per un viaggio che si prospetta tutt’altro che facile.

 

All’inizio le differenze tra i due sono abissali: Tony è un uomo spiccio, dalle maniere rustiche e non privo di pregiudizi verso la gente di colore, mentre Don, colto, raffinato e un po’ snob, fatica a tollerare i modi rudi dell’autista. Ognuno pare saldamente ancorato alle proprie abitudini e non mancano gli episodi di scontro, ma ogni giorno che passa è per i due una nuova esperienza umana e di crescita. Alla fine il viaggio lungo le strade di  un’America intollerante e falsa con cui confrontarsi sarà per entrambi un’occasione per guardarsi dentro e fotografare se stessi con i propri limiti e debolezze, scoprendo la stima e il rispetto che possono unire oltre ogni barriera culturale e razziale.

La sceneggiatura è perfettamente equilibrata per dialoghi e sequenze e il film, grazie anche alla bravura dei due protagonisti, si segue con piacere dall’inizio alla fine, nonostante qua e là si abbia la sensazione del déjà-vu (mai scontato, però) e il finale un po’ troppo buonista. Il “Green book” del titolo è il nome di una guida che in quegli anni elencava i luoghi “sicuri” (bar, ristoranti, hotel) dove gli automobilisti afroamericani potevano recarsi.

E’ curioso che il film sia diretto da Peter Farrelly, che in passato aveva firmato col fratello Bobby pellicole disimpegnate come “Scemo e + scemo” e “Tutti pazzi per Mary”: sarà quello humor sgangherato profuso in passato che riesce a dare tocchi di ironia e leggerezza ad un film drammatico e dagli intenti politically correct.

“Green Book”, dopo numerosi premi raccolti in svariati festival, si è portato a casa tre statuette su cinque a cui era candidato: miglior film, migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista (Mahershala Ali). Un successo che conferma come storie ben raccontate e destinate a piacere ad un vasto pubblico siano ancora gradite ai membri dell’Academy.