giovedì, Ottobre 22Settimanale a cura di Valeria Sorli

Viaggiare per sentirsi liberi

Prendere un aereo e partire: cosa c’é di meglio? Quest’anno non ci resta che sognare,
rivivendo col pensiero i nostri viaggi più belli e immaginandoci nuove mete da scoprire non
appena la situazione attuale ce lo permetterà.
Viaggiare ci rende liberi e ci dona sensazioni speciali, che possiamo condividere con degli
amici, con la nostra metà, oppure da soli.
All’età di 17 anni ho preso una decisione molto importante sia per me che per il mio futuro:
vivere un anno in Paraguay. Attraverso un’associazione chiamata Intercultura, ho vinto una
borsa di studio che mi ha permesso di svolgere il quarto anno di superiori in un paese a
10000 km da casa mia. Se devo essere sincera, il Paraguay non era una delle mie prime
scelte (anzi, era l’ultima), ma spesso il destino gioca a nostro favore decidendo lui per noi.
Io volevo solo partire, sentirmi libera e indipendente, non mi interessava la meta.
Per molte persone potrebbe essere impensabile partire così giovani per tutto questo tempo,
però dentro di me sentivo che era la scelta giusta. La mia famiglia mi ha sempre supportata
e dato tutto l’aiuto e l’amore che una figlia tanto lontana fisicamente potrebbe desiderare.
Il Paraguay è il cuore del Sud America: confina con il Brasile, l’Argentina (inoltre, nel punto
di incontro tra questi tre paesi, nascono le cascate di Iguazù, un paradiso terrestre che ti
lascia senza fiato) e la Bolivia – presenta prevalentemente un suolo pianeggiante con
qualche “cerro” (collinetta) sparso per il territorio.
La sua cultura valorizza i doni della terra, è genuina e calorosa. Si vive alla giornata, si
respira aria di casa dal momento in cui si scende dallo scalo Buenos Aires-Asunción.
Non mi è mai pesato essere così distante; la famiglia che mi ha ospitata ha avuto un ruolo
fondamentale nella mia crescita durante quei mesi, aiutandomi ad affrontare le difficoltà e
amandomi come una vera parte del loro nucleo.
Andavo a scuola, avevo degli amici (con i quali tuttora parlo) ed ero sempre me stessa.
Mi hanno insegnato tutti gli aspetti del loro modo di vivere: dai piatti tipici (mandioca, chipa,
carne a volontà, …) alle leggende che si raccontavano ai bambini per farli comportare bene.
Ho imparato uno spagnolo diverso, affascinante, che si mescola spesso alla loro lingua
nativa: il guaraní. E poi c’erano i balli, con tanti colori diversi e accesi; le gonne voluminose
creavano un vortice ipnotico nella mia testa e mi facevano sentire a casa.
La vera sfida è stata lasciare tutto: mi sentivo di appartenere a quel popolo così unico e
pieno di vita, avrei voluto averlo costantemente vicino a me. È stato più difficile del previsto
dover tornare alla realtà italiana dalla quale ormai ero distante, ma piano piano mi ci sono
riabituata con l’aiuto delle persone a me più care.
Questa esperienza mi ha aiutata ad essere la ragazza che sono ora e la donna che sarò
un giorno; devo al Paraguay il mio futuro e la determinazione che sto avendo giorno dopo
giorno.
Se nel vostro cuore c’è spazio per un’altra vita, per una canzone completamente diversa,
vi consiglio di partire. Scrivete voi la vostra storia e guardate il mondo con occhi diversi.

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