venerdì, Gennaio 18Settimanale a cura di Valeria Sorli

Alviero Martini: Gelo a Santa Fe

Stati uniti d’America, New Mexico, aeroporto di Albuquerque, destinazione Santa Fe. A fine anni ’90, come già ho scritto più volte, mi spostavo da una città all’altra per le famose personal appaerance, ovvero mi presentavo nei grandi shopping center, e nel reparto pelletteria, che fosse Blomingdale’s, Saks Fifth Avenue, o Macy’s, allestivano un evento speciale, per farmi incontrare con i Clienti che volevano vedere di persona chi c’era dietro il marchio, cosi avveniva per me e per tutti gli stilisti o celebrities, come ho già raccontato di Liz Taylor per il suo profumo, o Cindy Crawford per la sua line di lingerie, tutti dovevamo incontrare il pubblico, a quei tempi non era ancora in uso la moda dei selfie, e dunque bastava un autografo o una stretta di mani per rassicurarli che eravamo proprio noi in carne ed ossa a propagandare le nostre creazioni. Un’usanza così diffusa che per molti anni ho attraversato l’America in lungo e in largo, dal nord al sud, centro compreso. Si faceva visita a due città al giorno, possibilmente nello stesso stato, soggiornando la notte nell’ultima città visitata e all’alba un nuovo viaggio e altri due centri commerciali da visitare. Ero in giro da una settimana con la mia nuova accompagnatrice, l’adorabile quanto logorroica Katy, una donna che viveva con il marito Seth, partner con lei nel rappresentarmi in America, e perfettamente a conoscenza delle “caratteristiche” della moglie. Così Seth si aggregava raramente a questi avventurosi viaggi, se non quando eravamo in California dove loro risiedevano. Per gli Americani avere un appuntamento a New York, poi Chicago, o Seattle, o Miami era normale, e con la stessa disinvoltura si usciva di casa il mattino, una puntata ad Atlanta e Philadelphia e si tornava a casa la sera, dopo il “trunk show” (così ci chiama questo evento), dunque tutto normale. Peccato che Katy fosse la persona più disordinata che avessi mai incontrato, ansiosa e premurosa, adorabile accompagnatrice, ma le dovevo stare dietro perché per ogni spostamento era probabile che comprasse due volte i biglietti aerei oppure ci presentavamo al check-in totalmente sprovvisti… La confidenza mi consentiva di prendere spesso in mano la situazione, ma ho dimenticato di dire che era anche molto orgogliosa e testarda, e dunque io facevo lo stilista ospite e lei l’organizzatrice. Aiuto! Sta di fatto che un mattino ci svegliammo alle 5 per raggiungere l’aeroporto di Las Vegas, con destinazione Albuquerque, New Mexico, meta Santa Fe, cittadina molto in voga in quegli anni, che volevo visitare avendo due giorni di sosta, e anziché tornare nelle rispettive case, io a New York, lei a San Diego (CA), mi concedetti due giorni di pausa, invitando Katy a tornare da suo marito, non mi sarei perso di certo. NO, assolutamente no, rifiuta di lasciarmi solo (dopo una settimana di convivenza non era quello che speravo) e così fui costretto a condividere con lei anche questa visita. Arriviamo all’aeroporto e lei comincia a rovistare nella sua maxi borsa, cercando i biglietti aerei… ci sediamo a terra, rovescia tutto il contenuto, il tempo si faceva sempre più pressante, e dopo 15 minuti di ricerca spasmodica… nulla: ricompra i biglietti, corriamo al check-in, ci imbarchiamo appena in tempo, avevo già i fumi che mi fuoriuscivano dalle orecchie, ma fingo distensione per non mortificarla. Saliamo a bordo, si decolla, e lei continua a frugare nella borsa. “Cosa cerchi” le chiedo “sono convinta di avere i biglietti, li avevo fatti e poi sto cercando anche la prenotazione dell’auto che ci servirà da Albuquerque a Santa Fe”. La lascio fare, la vedo annaspare e dall’agenda… sbucano le boarding-pass che aveva già premurosamente fatto la sera prima, la guardo con una faccia che non promette niente di buono, e nel frattempo continua la ricerca della prenotazione auto, anche questa fatta il giorno prima, ma non si trova… vabbè, risulterà al banco Avis… No, non risulta, io mi siedo in un angolo per evitare stragi, lei chiama il marito a San Diego, che fa immediatamente un’altra prenotazione on line, e appena consegnataci le chiavi dell’auto, ecco che dalla tasca del cappotto sbuca la prenotazione originale…mi spazientisco, perdo leggermente la calma, e le dico che appena in possesso dell’auto sarò io a guidarla fino all’hotel. Usciamo dall’aerostazione e scopriamo che è in corso una nevicata colossale, ci sono già 20 centimetri di neve! Una volta arrivati alla macchina, la lite: GUIDO IO, NO I WILL DRIVE, dice lei, NOOO, I told you, I’m driving, NOOOO, You don’t know this road, let me drive! Notare che le mancavano parecchie diottrie e naturalmente aveva perso gli occhiali! Salgo in macchina, non come conducente e li mi sfogo… “ok, Katy, ENAUGH IS ENAUGH, ora basta, volevo passare due giorni sereni e tranquilli e sono tre ore che “subisco” la tua sbadataggine… sai una cosa? Arrivati a Santa Fe, ci salutiamo NON voglio vederti per due giorni, una piccola tregua e poi proseguiremo, nuove città e visite e ci riparleremo…OK? is that OK?” “Ok, I’m so sorry, I know, I’m a pain in the ass!, You right, I will let you relax”, intanto ci troviamo davanti ad un bivio, in mezzo alla neve, con lei appiccicata ai vetri per la poca visibilità (sua e stradale) e davanti a noi un cartello indica a destra Santa Fe e altre località, a sinistra si torna ad Albuquerque e villaggi vicini. “Where should i go?”, “dove devo andare?” mi chiede…. Interrompo il mio mutismo che le avevo promesso e le dico “A DESTRA; non lo vedi? È scritto grande come una casa!” e lei che fa? Svolta a sinistra… NO COMMENT, con un balzo salto sul sedile posteriore e affido al Buon Dio la mia sorte, deciso più che mai, a costo di tapparmi le orecchie, di non sentire più la sua voce.

Il freddo si è fatto GELO!

Dopo un’ora di giri tra bivi, curve, snodi, rotonde, e non so che altro in mezzo alla neve, finalmente vedo il cartello “Welcome to Santa Fe”. Ci siamo, se ora sbaglia ancora, giuro, passerà un brutto momento. Pratico tuta la mia filosofia Zen (quella poca rimasta), non mi alzo dal sedile, e ad occhi chiusi la lascio andare, inutile ogni tentativo di intervento, e finalmente dopo un’altra mezz’ora, una brusca frenata con l’auto automatica, mi alzo e vedo il mio hotel… anzi il nostro hotel, perché ovviamente anche lei aveva prenotato lì!. Scendo, scarico il mio bagaglio, vado alla reception, lei arriva dopo aver consegnato l’auto al doorman, prendo la mia chiave, e le dico semplicemente “See you in two days!!!!”, e prendo la scala, salgo al primo piano di un basso edificio (forse è l’unica città in America ad avere una estensione orizzontale, senza grattacieli), mi infilo nella stanza, mi rilasso un paio d’ore e a mezzogiorno esco: LIBERO, ho due giorni di libertà, conquistati con il sudore, e nessuno potrà interferire. Intanto aveva smesso di nevicare ed era sbucato il sole, che in breve tempo avrebbe sciolto la neve. Ma Santa Fe è così piccola che visitate una decine di gallerie di artigianato indiano-americano, entrato in qualche negozio di abbigliamento, caffetterie, cappellai, una infinità di boutique con stivali da cow boy, si fa sera ed è ora di cenare. Mi faccio consigliare da un negoziante sul miglior ristorante in città, due o tre stradine più in là, ed eccomi varcare la soglia, il caldo tepore di un camino riscalda l’ambiente, è una steak House, vabbè, non importa, non amo la carne, non sarà certo qui che trovo il pesce fresco ma mi accomodo, un tavolo tutto per me… qua e là qualche famiglia con poncho d’ordinanza, ordino un filetto con patate al forno, un bicchiere di vino rosso, e già mi pregusto la passeggiata dopocena, anche se la temperatura era proprio tutt’altro che invitante, e penso al giorno dopo, dove ritornerò nei vari negozi visti di corsa, per fare qualche acquisto, vedere meglio le gallerie, il museo sulla civiltà degli Indiani d’America, magari anche una mezz’ora disteso su una seige longue per prendere un po’ di sole, un relax riparatore insomma. Arriva il filetto e suona la campanella della porta del ristorante, do uno sguardo e chi c’è? Lei, Katy, sola e anche a lei hanno raccomandato lo stesso ristorante…Mi vede, le sorrido, e un provvidenziale cameriere la accompagna ad un tavolo in una sala adiacente… scampata la rimpatriata. Esco, non mi preoccupo di sapere dove stà, dovevo ancora smaltire molta tensione, e proseguo la mia serata tra una breve camminata e dal freddo entro in pub, poi ancora qualche passo e torno in hotel. Una bella dormita sotto un piumone caldissimo, sveglia, evito la colazione in hotel…indovinate perchè? Mi ristoro in una caffetteria e ricomincio la mia gita in città. Una bellissima atmosfera, una quiete che non provavo da tempo, mi piace questa città-villaggio, e anche se domani si riparte, oggi mi godo la mia sospirata gita solitaria… giro a destra, poi mi fermo, entro in un negozio, poi esco e svolto a sinistra di un negozio ed è lo scontro frontale con una persona, solitaria anche lei, indovinate chi? Katy!. Non intendo dire altro che “Sorry”. Lei invece, ansiosa di perdermi, trova giusto il tempo di dirmi “Tomorrow morning at 7 a.m. in the lobby” “OK” rispondo e riprendo la mia passeggiata. Ancora una serata solitaria, questa volta senza incontri, e la tregua finisce l’indomani, dopo la colazione, quando ci troviamo alla reception a riconsegnare le chiavi, lei ha già ordinato il recupero dell’auto e saliamo in macchina, un interminabile silenzio fino all’aeroporto dove, riconsegnata l’auto, ci avviamo al desk della compagnia aerea e lei con fierezza mi mostra le nostre nuove carte di imbarco (deve aver lavorato tutto il pomeriggio per riordinare il viaggio). Le sorrido, pace è fatta, ma a nuovi patti: da oggi in poi ognuno si occuperà del proprio biglietto aereo, del proprio hotel, e del proprio tempo libero. Peccato che dovevamo solo fare due tappe, Los Angeles e san Francisco, tutto svoltosi nel più civile dei modi, ovvero lavoro e nient’altro, e finalmente io torno a casa, questa volta a Milano e lei a san Diego. Inutile dirvi che non appena metto piede in casa non solo trovo 10 mail, ma la segreteria telefonica è zeppa di scuse, e squilla il telefono “Hello Alviero, how was your trip?”

Everything ok, Katy”, talk to you soon!”

I’m sending you right now the new itinerary for next trip, in two weeks, just 5 days, 10 cities, is that ok?”

Ok Katy, OK!”

Ho lavorato con Katy per altri 8 anni poi lei e il marito Seth sono andati in pensione, ma non c’è stagione che non passino a Milano, lei organizza una cena, e affettuosamente ci vediamo, ricordando con molta ironia, quel disastroso viaggio a Santa Fe. Ed ha l coraggio di chiedermi “pensi di tornarci un giorno?”

Se anche fosse, non te lo direi, cara Katy!” ”Bravo”” esclama Seth, “BRAVO!”